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mercoledì 2 luglio 2014
My Honey tracks. (part one?)
Come quando accendi la radio e parte quella canzone. Proprio quella. Quella che non vorresti ma che infondo speri di ascoltare.
Per quel momento a cui ti riporta, per quelle emozioni che ancora ti riesce a far provare.
Per il dolore che ancora muove dentro, per come ti aggroviglia lo stomaco anche dopo anni.
Ho sempre pensato all'enorme potere della musica, a come certe canzoni possano essere considerate una sorta di soundtrack ufficiale della propria vita.
Non so. Ma è come se certi momenti siano inscindibili dalle canzoni.
Come se quella musica fosse un tutt'uno col resto.
Come se la mente non riesca a ricordare quel momento senza quelle note.
La quintessenza dell'attimo. Ecco.
Qui la mia selezione.
Di quello che è stato e di quello che è ora.
La selezione di estati da ricordare, di viaggi in macchina, di fughe dalla propria coscienza, di notti indimenticabili.
Per le note, ma più spesso per le parole.
Per le voci, ma più spesso per i rocker maledetti.
"...But it's never too late to start again, take another breathe and say another pray"
"No strings attached, just free love..."
"...tu sei così sicura, di tutto intorno a te"
"...finchè il polso cammina, facciamo mattina tenendoci su..."
" If you leave, don't leave now,please don't take your heart away..."
"Me&You,Setting in a Honeymoon..." (Riferimenti?!?)
"As my scars remind me, that the past is real..."
"Always"
"Be running that road, Be running that hill..."
"From Samaritan to Sin..."
lunedì 16 giugno 2014
Rebel Rebel.
Il coraggio e il cuore. Ecco cosa.
Ecco quello che serve veramente.
Non le parole vuote, non i giri di parole, le scuse, le chat.
Non servono le giustificazioni sul latte versato quando l'hai volutamente versato.
Non servono le parole dolci senza gesti dolci.
E non serve l'amore se non è libertà.
A costo di essere impopolare e politicamente scorretta, contraria al comune pensiero, contraria ai qualunquismi di sempre.
E contraria soprattutto a chi ti dice che si fa così. Perché è così.
E pazienza se qualcuno non capirà. O se farà finta di non capire.
Ho sempre pensato che i legami, quelli veri, quelli liberi, non hanno bisogno di briglie.
Non hanno bisogno di schemi, doveri, imposizioni.
Non hanno bisogno di gabbie mentali perché le gabbie, anche se sembrano d'oro, sono per chi non può scegliere.
Sono per chi si è rassegnato a un certo tipo di vita non rendendosi conto che quello che ha giocato è in realtà molto di più di quello che ha vinto.
Sono per chi ha deciso che "doveva andare così" perché i tempi erano maturi.
Sono per chi ha accettato una situazione, facendosela andare bene, adattandosi e plasmandosi alle necessità degli altri soffocando se stesso, i propri sogni, la propria identità ma soprattutto la propria ribellione.
E io credo ai ribelli, invece.
Quelli che ribelli sono nati e ribelli vivranno.
Quelli che vivranno di dubbi, perchè le certezze le lasceranno a quelli che ben pensano.
Quelli che non si faranno legare alle catene ma che sapranno vivere liberi e soli.
Ecco quello che serve veramente.
Non le parole vuote, non i giri di parole, le scuse, le chat.
Non servono le giustificazioni sul latte versato quando l'hai volutamente versato.
Non servono le parole dolci senza gesti dolci.
E non serve l'amore se non è libertà.
A costo di essere impopolare e politicamente scorretta, contraria al comune pensiero, contraria ai qualunquismi di sempre.
E contraria soprattutto a chi ti dice che si fa così. Perché è così.
E pazienza se qualcuno non capirà. O se farà finta di non capire.
Ho sempre pensato che i legami, quelli veri, quelli liberi, non hanno bisogno di briglie.
Non hanno bisogno di schemi, doveri, imposizioni.
Non hanno bisogno di gabbie mentali perché le gabbie, anche se sembrano d'oro, sono per chi non può scegliere.
Sono per chi si è rassegnato a un certo tipo di vita non rendendosi conto che quello che ha giocato è in realtà molto di più di quello che ha vinto.
Sono per chi ha deciso che "doveva andare così" perché i tempi erano maturi.
Sono per chi ha accettato una situazione, facendosela andare bene, adattandosi e plasmandosi alle necessità degli altri soffocando se stesso, i propri sogni, la propria identità ma soprattutto la propria ribellione.
E io credo ai ribelli, invece.
Quelli che ribelli sono nati e ribelli vivranno.
Quelli che vivranno di dubbi, perchè le certezze le lasceranno a quelli che ben pensano.
Quelli che non si faranno legare alle catene ma che sapranno vivere liberi e soli.
martedì 4 febbraio 2014
Quando chiedere comincia a diventare lecito.
Mi è sempre stato detto di pensare meno, di logorarmi meno di pensieri e tribolazioni.
Il mio grande problema è sempre stato quello: quello di pensare, (anche per gli altri) e quello di preoccuparmi di cose che francamente non mi riguardavano direttamente.
Cose che mi lambivano ma che non mi riguardavano e nei confronti delle quali non avrei potuto trovare soluzioni per una semplice ragione: non era mio compito.
E ho capito, dopo svariate giravolte, che non mi devo far carico sempre di tutto.
Che posso anche fregarmene ogni tanto.
Che le cose le posso anche osservare da lontano, prenderne atto e lasciare ai diretti interessati il piacere e l'onore di trovare la chiave di volta dell'arcano.
E che posso chiedere.
Ho sempre avuto paura a chiedere e ho sempre pensato che la vita me la dovessi arrangiare da sola, in qualche maniera.
E invece ho chiesto. Ho domandato.
Ho sotterrato la Wonder Woman che credevo di essere e mi sono arresa al fatto che se ogni tanto l'asso nella manica non ce l'hai, qualcuno può giocare la partita al posto tuo.
E non è questione di non farcela, di essere incapaci.
Semplicemente bisogna essere sinceri con se stessi e cominciare a capire che non ne puoi sempre uscire bene, che qualcosa devi delegare se non vuoi impazzire, che si può sbagliare e che non per questo si è sbagliati.
Che bisogna pensare meno.
E chiedere di più.
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mercoledì 29 gennaio 2014
In un mondo (ingiusto) di blogger
E riflettevo ieri su questo fantomatico mondo di blog e di blogger.
Una categoria astratta, variopinta e non del tutto definita che aumenta tanto quanto lo spread o la disoccupazione giovanile, tanto per stare in tema.
In un mondo in cui non c'è abbastanza posto per tutti, o almeno non c'è lo spazio lavorativo per tutti credo che si debba fare di necessità virtù.
Credo che si debba fare qualcosa piuttosto che non fare nulla.
Credo che si debba agire in una qualche maniera, sia essa la più improbabile o avventata, piuttosto che stare in attesa di una telefonata o una mail che non arriverà.
Credo che sia inutile lamentarsi, piangersi addosso se poi si stagna nel limbo dell'attesa.
Credo che i tempi siano cambiati definitivamente e che lo standard mentale del posto a tempo pieno ed indeterminato debba lasciare spazio ad una realtà molto più precaria in cui è la capacità di adattamento e di inventiva a segnare la svolta.
Appunto per questo credo in quei giovani e meno giovani che si sanno inventare: sanno inventare se stessi, sanno inventare un lavoro, sanno inventare un sogno in cui credere. E fanno tutto questo anche attraverso un blog.
E non sto dicendo sia facile, badate bene.
Non sto dicendo che i blogger salveranno questo Paese dal declino, dalla crisi economica, dal tarlo della disoccupazione.
Ma il "fare qualcosa" è segnale di vita, è capacità di creare, è impossessarsi del proprio tempo e sfruttarlo per dargli un fine che non sia una lamentela.
Perché ho scoperto di essere insofferente alla gente che si lamenta a tempo perso.
Di quelli che ti cercano solo per dirti che il mondo è ingiusto.
Ho scoperto che se si vuole cambiare, si deve partire da sé stessi.
E cambiare se stessi è già una rivoluzione.
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lunedì 8 aprile 2013
Silenziosamente parlando.
Mi sono sempre chiesta come un autore scriva il suo libro. Se lo scrive immaginandosi tutta la storia.
O se scrive l'inizio e il seguito evolve con lui.
Mi sono sempre chiesta perché il viaggio di andata sembra sempre più lungo del ritorno.
Mi sono sempre chiesta perché ci si lega così tanto a quello che fa male. Perché certi accanimenti sono possibili solo con ciò che fa male.
Mi sono sempre chiesta se sia più l'evento o l'attesa dell'evento, se sia più la meta o il viaggio, se sia più l'amore o la paura di rimanere soli.
Mi sono sempre chiesta perché io quella sera non andai e rimasi a casa.
Mi sono sempre chiesta se la luna dall'altra parte del mondo potesse apparire in qualche modo diversa, magari più luminosa.
Mi sono sempre chiesta se il destino esiste veramente o se siamo noi che dobbiamo continuamente giustificare quello che ci accade, se siamo noi che dobbiamo necessariamente attribuire all'inappellabile individuo destino la responsabilità delle nostre scelte.
Perché "le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante".
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